| Scritto da Pietro Di Tomaso | ||||||
| Mercoledì 02 Marzo 2011 14:52 | ||||||
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Il prossimo 12 marzo si terrà a Roma e nelle piazze italiane una manifestazione nazionale promossa dall’Associazione “Articolo 21”, da tempo impegnata in campagne per la sensibilizzazione dei valori della nostra Carta. Le recenti parole del premier suonano come un attacco alla scuola pubblica; quanto affermato e scrupolosamente riportato dalle agenzie di stampa non dà adito ad erronee interpretazioni. Vero è che l’art.33 della Costituzione dice che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Viene detto altresì che “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. L’art.34 aggiunge che “l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. Dunque la Costituzione fa della scuola di Stato il modello a cui le scuole private devono adeguarsi e pertanto la scuola pubblica non va depotenziata lesinando risorse e irridendo chi ci lavora. Scrive Federico Orlando (Europa, 1 marzo): “Per una volta, vorrei ricordare di essere (stato) figlio di due insegnanti, che per tutta la vita si sono considerati sacerdoti dello Stato unitario. Credo che da sabato troveranno ancor meno pace nelle loro tombe”. Un presidente del Consiglio… “si aggrappa al potere e alla credibilità facendosi garante presso una parte della Chiesa contro un milione di maestri elementari, professori di ginnasi, licei e istituti, presidi e collaboratori scolastici (…) Ci dispiace per i tanti cattolici onesti, a cominciare dai nostri familiari, ma da cittadini siamo interessati innanzitutto alle istituzioni democratiche, sottoposte al fuoco del raìs di Arcore: e ci rivolgiamo ai ragazzi, agli insegnanti, a madri e padri perché il 12 marzo vadano alla manifestazione di Articolo 21 “Per la Costituzione e per la Scuola”, in continuità con la manifestazione delle Donne…”. E sulla scuola Berlusconi è scivolato, perché la sua foga polemica contro l’istruzione pubblica non è piaciuta nemmeno a tanti cattolici. Lo stesso presidente della Cei Bagnasco si è affrettato a dire che gli insegnanti bravi sono sia nella scuola pubblica che in quella privata. Se sabato scorso i cristiani riformisti (riformisti?), costola del Pdl, hanno applaudito il discorso del premier, l’universo cattolico per lo più non è d’accordo. E avanza riserve nei confronti delle stesse gerarchie, ritenute troppo prudenti se non addirittura appiattite su Berlusconi. In proposito ‘La voce del popolo’, settimanale diocesano di Brescia, si è spinto a rivolgersi esplicitamente al segretario di Stato cardinal Bertone: “Se non si ha il coraggio di condannare esplicitamente certi comportamenti, almeno si eviti di sdoganarli”. I sondaggi di Famiglia cristiana, le prese di posizione dei settimanali diocesani e alcune lettere inviate all’Avvenire hanno reso evidente un’indignazione che si va allargando. Ritengo pertanto istruttive riportare di seguito alcune parole pronunciate dall’illustre giurista Piero Calamandrei nel 1950 a difesa della scuola pubblica (vedasi Repubblica, 2 marzo): ”Facciamo l’ipotesi che il partito al potere, il partito dominante, voglia istituire, senza parere, una larvata dittatura rispettando formalmente la Costituzione, senza violarla in sostanza. Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.Comincia allora a trascurarle, a screditarle, a impoverirle. Comincia a favorire le scuole private. Non tutte, ma solo quelle con cure di denaro e di privilegi. E si consiglia ai ragazzi di andare in quelle scuole che, in fondo, sono migliori di quelle statali. Dove gli esami sono più facili, si studia di meno e si riesce meglio…”. Personalmente non sono tra quelli che ritengono che le manifestazioni non servano, che non serva mobilitarsi, tutt’altro. E penso che saremo in tanti a difendere l’unica e sola Costituzione, quella scritta dai padri costituenti e che comprende pezzi di istituzioni come Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte dei conti; comprende pezzi del paese come l’Università, le redazioni dei giornali, i blogger, i teatri, il cinema. E queste cose insieme contribuiscono a rendere l’Italia una democrazia. Si deve, in particolare, alla Corte costituzionale, sempre criticata dal premier, la tenuta della barra dell’ordinamento dentro il confine tracciato dalla Costituzione, nei passaggi più delicati della recente legislazione. Si deve al presidente Napolitano e alla sua fedeltà alle prerogative fissate dall’articolo 87 della Costituzione la capacità di correggere i ‘debordaggi’ del governo dalla prassi democratica e di farsi ‘percepire’ sopra alle parti, quando le parti sembrano accentuare una contrapposizione che nulla ha a che fare con una sana dialettica democratica tra maggioranza e opposizione. Pietro Di Tomaso
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